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Nata nel 1920 il diario di Rosa

Ai miei figli e nipoti...

Anno 1920

Mi chiamo Mulinazzi Rosa, sono nata il 1.3.1920 a Montecenere di Lama
Mocogno (Modena).
Sono nata in casa, come quasi tutti a quei tempi, con l’aiuto della levatrice.
Ero l’ultimogenita della famiglia.
Mio papà aveva gia tre figli maschi generati con la prima moglie
ed altre due femmine con la terza moglie..
Non si era sposato tre volte perche erano intervenuti divorzi come accade
adesso, ma perche’ a quei tempi se ci si ammalava, con le poche cure che c’erano
a disposizione, si moriva facilmente. Cosi lui rimase vedovo due volte e
si risposò la terza.
Papà mi concepì che aveva 64 anni.
I miei genitori lavoravano la terra di loro proprietà.

Montecenere il mio paese natale
A quei tempi si lavorava la terra e si faceva anche tutto il resto a mano, con la
sola forza delle braccia e delle gambe. Niente motori, macchinari o computer.
Già da piccoli, anche ai bimbi di appena 3 anni,veniva richiesto di rendersi
utili alla famiglia, seppur nel limite della loro età e delle loro forze.
Ad esempio i bimbi dovevano raccogliere la legna, le castagne, le spighe del
frumento cadute durante la mietitura con la falce, ed altri lavoretti minori.
Quando ci si allontanava per qualsiasi motivo, come ad esempio a far pascolare
le pecore o le mucche, un fazzoletto di ghiande per gli animali,un pezzo
di legna per il camino, un fungo… si portava a casa sempre qualche cosina.
La natura offriva (e offre tuttora) gratuitamente, tante cose indispensabili per
le necessità quotidiane. Non c’era tanto tempo per i giochi, c’era sempre qualcosa
di immediatamente utile da fare. In realta’ non rinunciavamo a giocare,
ma lo si faceva mentre ci si rendeva anche utili.
Anno 1927 • Scuola Elementare
Io al centro con la cartella sulle ginocchia
Man mano che si cresceva, si lavorava sempre di più...
All’uscita dalla scuola elementare, dall’ora di pranzo fin verso sera, dovevo far
pascolare le nostre due mucche e le pecore, e non rimaneva così più nemmeno
il tempo per fare i compiti durante il giorno.
I compiti per la scuola dovevo farli alla sera al rientro dai campi, in ginocchio
per terra davanti al focolaio aspettando lo scoppio di qualche scintilla per
vedere quel che si faceva.
Non c’era ancora l’elettricità e si doveva risparmiare il petrolio che alimentava
la piccola lampada.
Quindi finita la frugale cena, lume spento! Si doveva sfruttare la fioca luce
delle braci o l’occasionale attizzarsi di scintille, di un fuoco ormai anch’esso in
via di spegnimento. La vita era assolutamente regolata dalle stagioni e dalla
luce naturale del sole.

Mia Mamma vicino al pagliaio

Anno 1930

A 10 anni ho cominciato a fare la barba ed i capelli al mio papà con buoni
risultati. Così ogni sabato venivano altri vecchietti con le stesse esigenze.
Dovevo prendere una seggiola piccola altrimenti non ci arrivavo. Mi davano
20 centesimi per la barba e 10 centesimi per i capelli. Non erano i centesimi di
euro ma i centesimi del 1930 che in totale erano 6 soldi. Anche se pochi, ero
però contenta di prendere qualche soldino e partecipare all’economia della
famiglia.
Andavo anche a raccogliere le ghiande per venderle e ne vendevo un cesto
per 4 soldi ad un signore che aveva una porcilaia.
Andavo molto lontano per trovarle, fin sù nei boschi.
D’inverno quando cominciava a sciogliersi un pò di neve nei prati, andavo
a raccogliere un cesto di radicchi, poi andavo a casa a pulirli. Passavo dalla
fontana pubblica con l’abbeveratoio a dargli una lavata e dopo li portavo a
vendere agli stessi signori della porcilaia, i sigg.ri Baldoni. La ricompensa era
sempre 4 soldi, oppure potevo scegliere come pagamento una saracca, cioe’
un pesce affumicato. Potevo scegliere fra questi due compensi.
La saracca era usata più che altro per insaporire ill cibo più diffuso di allora,
la polenta. Trovava un posto d’onore nelle famiglie dei contadini, appesa in
cucina, penzolava sulla tavola da pranzo.
Si usava prender tocchi di polenta con le mani, e “tocciarli” contro il pesce appeso
cosi da ottenere più sapore rispetto a quello solito della sola monotona
polenta. La saracca veniva cosi più volte utilizzata prima di essere finalmente
mangiata di gusto. Altra delizia era la salsiccia. Posto un pezzetto al centro
dell’immancabile polenta, stesa sul tagliere, era di diritto del capofamiglia,
colui che investiva più energie nel lavoro. Svolgendo quello più pesante.
La moglie ed i figli si dovevano accontentare del solito “tocciare”.
A 12 anni andavo a badare a tre bimbi, figli della mia maestra, mentre lei insegnava.
Io ormai “grande” non frequentavo più’ la scuola. I bimbi avevano
da 2 a 8 anni. Prendevo 30 soldi al mese che non erano tanti per tutte le ore
in cui ero impegnata. Però un soldino di qua, un soldino di là, avevo messo insieme un gruzzoletto di 15 lire.
Anno 1931 Prima Comunione --------------------------- Io e le mie sorelle al ponte del Diavolo

Con quei risparmi, tutta felice, mi sono permessa
il mio primo acquisto. Mi sono comperata un letto di ferro che a quei
tempi non si diceva cosi ma “andava di moda” (si diceva “costumava”) con i
riccioli nelle sponde. Prima avevo un letto fatto con due cavalletti e tre asce di
legno appoggiate. Come materasso continuavo ad usare il solito fatto di foglie
tolte dalle pannocchie di granoturco che quando seccavano, solo a girarsi
facevano un rumore... altro che i materassi in lattice pubblicizzati adesso...
Come detto in paese nessuno aveva la luce elettrica.
Mi ricordo che, prima ad averla, fu una famiglia proveniente dalla Francia.
Avevano fatto costruire una stalla nuova, c’erano le mucche che scaldavano
l’ambiente e c’era anche la luce elettrica. Allora tutte le famiglie che vivevano
vicino, andavano ad incontrarsi quando faceva freddo alla sera, in quella
stalla. Questi incontri avevano un nome, in dialetto si diceva “andeer a vagg”.
Durante quelle serate, le donne filavano la lana o facevano le calze o rammendavano.
Gli uomini raccontavano storie, favole o indovinelli coinvolgendo
anche i bambini. Così ci passavamo bene le serate, poi a letto presto che il
giorno di fatiche cominciava all’alba, in realtà anche un pò prima…
Ero felice di essere con i miei genitori, le mie due sorelle ed i miei paesani.
Paesani Gita al Fiume, Musiche e balli erano i nostri divertimenti.Facevamo anche 10-15km a piedi per partecipare a feste danzanti

Purtroppo a 16 anni però mi è morto il babbo a causa di problemi alla prostata.
L’infermiera che di solito provvedeva con una siringa a svuotargli periodicamente
la vescica aveva dovuto allontanarsi, insegnando alla mamma
come fare. Ma per l’inesperienza di lei, si era creata una infezione. Il dottore
abitava troppo lontano per arrivare in tempo. Non c’erano telefoni, ambulanze,
pronti soccorso. Si poteva fare riferimento al solo medico del capoluogo e
l’ospedale era lontano.
Senza il babbo che era la maggior risorsa economica della famiglia, son stata
costretta a cercare un lavoro fuori casa.
Sono andata a Modena a fare la domestica presso una famiglia con un titolo
nobiliare. Per 8 anni sono rimasta e in generale mi sono trovata abbastanza
bene. Tornavo al mio paese un mese l’anno.
Ero così felice in quel mese d’agosto, tutto l’anno lo aspettavo.
Dalle finestre del palazzo a Modena dove lavoravo, guardavo spesso con malinconia
verso le montagne, cercando di identificare dove potesse essere il mio paese.
Prendevo come punto di riferimento, l’inconfondibile forma del
monte Cimone.

Anno 1940 , i miei 20 ANNI A Modena in largo Garibaldi

Anno 1940

Purtroppo nel 1940 l’Italia è entrata in guerra.
Era iniziata la seconda guerra mondiale! Nei primi anni se ne sentiva parlare,
come di qualcosa che sembrava abbastanza lontano da noi. Qualcosa che
comunque si avvertiva nella carestia, nella preoccupazione della gente e nelle
notizie di soldati dispersi o morti al fronte.
Nel Settembre 1943 quando annunciarono che era stato fatto l’armistizio con
Inglesi ed Americani, tutti festeggiarono come fosse finita la guerra!
Gente che urlava, si abbracciava, ballava per strada, campane a festa.
Tutti si aspettavano un ritorno alla normalità ed erano felici. Stava purtroppo
cominciando invece, il periodo peggiore per tutti.
I tedeschi traditi dagli ormai ex alleati italiani, occuparono il territorio. Mussolini
non era più a capo del governo e le milizie fasciste dovevano eseguire
gli ordini dei tedeschi, diventati di fatto i governanti d’Italia.
L’esercito italiano era stato disarmato e chi voleva combattere doveva scegliere
se farlo a fianco dei tedeschi o nascondersi e aderire ai movimenti partigiani.
Gli uomini che non sceglievano, venivano spesso deportati in Germania a
lavorare forzatamente nelle fabbriche tedesche.
Gli alleati cominciarono a vedere l’Italia come teatro di guerra e di contesa
con il nemico tedesco. Cominciarono i bombardamenti sulle città e sulle aree
strategiche. Senza tener conto, come accade ancora nelle guerre attuali, della
presenza della popolazione.
Alla notte a Modena , suonava l’allarme e si doveva scappare nei rifugi. Anche
con pochi vestiti addosso, in fretta e con tanta paura. Specialmente quando la
sirena suonava 3 volte significava che gli aerei bombardieri erano già molto
vicini.
Con i miei padroni per sfuggire ai bombardamenti, siamo sfollati da Modena
in un paese; a Maranello.
Neanche li’ si era sicuri.
Ci spostammo nuovamente, stavolta a Saliceta Panaro ma nemmeno lì c’era
pace. In questa situazione i miei padroni non potevano più permettersi di
tenermi con loro.
Nel giugno 1944 decisi così di tornare al mio paese di montagna dov’ero nata.
Ma chi mi poteva mantenere senza un lavoro? Non potevo certo esser di peso
nella già difficile situazione economica di mia mamma e mia sorella.
Dovevo pur fare qualche cosa per guadagnarmi da mangiare e da vivere…
Una amica mi disse che una signora di Bologna, sfollata a Vignola, cercava
una domestica. Accettai ed andai a Vignola. Non lo avessi mai fatto! Mi tolsi
dal fuoco per cadere nelle braci.

Estate 1944, Ospitaletto di Marano s.p.

Con questa signora sfollammo da Vignola perchè non era sicura a causa dei
bombardamenti ed andammo in un paesino non lontano chiamato Ospitaletto.
Un brutto giorno del luglio 1944, i partigiani vennero in paese.
Si nascosero dietro ad una siepe ad aspettare che arrivassero i tedeschi ed
appena apparsi, cominciarono a sparargli. Ne nacque una sparatoria fra partigiani
e tedeschi che non persero tempo a rispondere al fuoco.
Io mi trovavo in strada perche’ stavo andando a prendere un fiasco d’acqua
ad una fontana. Mi trovai in mezzo alla sparatoria e sentii la gonna sollevarsi
dallo spostamento d’aria causato dalla prima raffica dei partigiani.
Mi urlarono: “VIA, VIA di qua”, ed io cominciai a correre più veloce che potevo,
mentre i tedeschi sparavano dalla parte opposta.
Mi rifugiai in chiesa e li arrivarono altre donne.
In tutto eravamo in cinque persone, le uniche rimaste in paese.
Tutti i paesani erano scappati.
Fuori si sentiva urlare e sparare e lamenti...
C’erano morti e feriti sia tedeschi che probabilmente partigiani in mezzo al
granturco. Dopo momenti interminabili, finalmente il silenzio…
Sembrava finita ma il più’ brutto era da venire. Temevamo cosa sarebbe potuto
succedere e non ci attentammo ad uscire dalla chiesa, immaginandoci
nell unico posto sicuro, anche grazie alla nostra fede religiosa.
Alla notte si cominciò a sentire urlare, erano arrivati i rinforzi dei tedeschi.
Rompevano e prendevano tutto quello che gli faceva comodo entrando a perquisire
le case. Vennero a bussare violentemente al portone della chiesa.
Il parroco dovette aprire. Quando ci videro, urlarono contro di noi: “RAUS,
VIA di qua, ognuna vada nella propria casa!” Ci mandavano fuori urlando e
picchiandoci con il calcio dei fucili nella schiena.
Arrivata a casa, non vi trovai più nessuno, nè i padroni di casa e neanche la
mia signora. C’era il portone spalancato, i tedeschi avevano preso tutto, anche
quei quattro soldi che avevo risparmiato con fatica. Ero rimasta sola, di notte
e con la paura. E chi dormiva…???
I tedeschi lanciavano i bengala che sembrava giorno. Cercavano i partigiani
tutt’intorno al paese, nei campi, nei boschi dove si era rifugiata anche la popolazione.
Così spaventata ed insonne passai la notte.
Non sapevo cosa mi poteva accadere e immaginavo il peggio.
La mattino seguente, alle 5, di nuovo si sentivano camionette di tedeschi e si
sentiva urlare; un gran chiasso. Quando mi alzai, alle prime luci aprii la porta
e…che terrore!
Mi apparve davanti agli occhi un ragazzo, impiccato, appeso per il collo al
balcone davanti alla mia porta.
Altri 4 giovani penzolavano dagli alberi o da altri balconi.
Poveri ragazzi, uno di questi lo conoscevo, avevamo ballato insieme qualche
sera prima. Li lasciarono li’, impiccati per 5 giorni, pieni di mosche e mosconi,
con le carni in putrefazione a causa del caldo, era il mese di Luglio.
I tedeschi volevano che alla notte andassimo noi donne a fare la guardia agli
impiccati, dicendoci che se fossero venuti i partigiani a prenderli via, avrebbero
ucciso anche noi ed appese al loro posto.
Ma noi non ci attentavamo! Tanto non avremmo potuto far niente contro
i partigiani. Ci siamo dette, vada come vada non potremmo sopportare la
paura di star fuori la notte e che Dio ci aiuti.
Lo stesso giorno, sempre quei tedeschi bruciarono una casa con dentro due
vecchietti che si rifiutavano di uscire.
Diedero fuoco ai campi, al frumento che era pronto per essere mietuto.
Spararono col mitra ed uccisero una ragazza di appena 20 anni perchè spaventata
si era messa a correre, per scappare da quegli orrori. Avevano portato
via quasi tutto il bestiame e le poche mucche rimaste muggivano continuamente
perchè non c’era più nessuno in paese che le mungesse o gli desse da
bere e da mangiare. Passati 5 giorni presero giù quei poveri giovani impiccati
e ne impiccarono altri ancora, in numero più alto di prima.
Non ricordo quanti.
I tedeschi avevano fatto un altro rastrellamento di questa povera gente.
Non si poteva scappare perchè eravamo circondati dai tedeschi.
Dopo 8 giorni di terrore e di paura passò dal paese un uomo con un camioncino.
Mi feci coraggio e gli chiesi se mi avesse caricato per potermi finalmente
allontanare da Ospitaletto. Mi disse di si.
Presi la mia piccola valigia di cartone, con la poca roba che mi era rimasta e
lui me la buttò sopra il camioncino in mezzo a tante altre cianfrusaglie che
aveva caricato. Gli dissi di farmi scendere alla Casona di Marano.
Quando scesi ci accorgemmo che la mia valigia era andata giù, in fondo, sotto
alla sua roba. Allora mi disse: venga domattina a prenderla, a Vignola e mi
diede l’indirizzo.
Alla notte dormii presso una famiglia che conoscevo.
Anche quella notte non potei dormire. Sparavano con i mortai e dovemmo
scappare in campagna, dentro i fossi.
La mattina seguente sono partita a piedi per andare a Vignola a recuperare la
mia valigia ma, dopo tanta strada dovetti scappare senza recuperarla perchè
suonava l’allarme ed arrivavano gli aerei bombardieri.
Finalmente dopo un viaggio di fatica e paura, ritornai a casa dai miei amici
alla Casona. Senza soldi, senza niente più di mio, se non il vestito che indossavo
e tanta angoscia.

RITORNO A MONTECENERE

Il giorno dopo potei trovare un mezzo per ritornare al mio paese, per farmi
ospitare da mia sorella. Lei però non poteva mantenermi, c’era la miseria per
tutti.
C’erano i tedeschi in paese e cercavano donne che andassero a lavorare da
loro. In quella miserabile situazione, decisi di andare anch’io.
Eravamo in 5 donne del paese che accettarono.
Almeno si mangiava qualcosa in più e ci davano anche una paga di 500 lire
alla settimana.
Lavorando per loro non osavamo contraddirli ed era loro abitudine dare ordini
secchi e perentori. Quella lingua di cui avevo imparato le parole più
essenziali: wasser, brot, achtung...
Quella lingua dura, parlata in modo imperativo e che non ne scorderò mai i
toni. Pelavamo patate quasi tutto il giorno ed i tedeschi ci sgridavano se lasciavamo
la pelle troppo grossa sprecando cosi una parte del prodotto.
Altro nostro principale compito era cucinare per loro. Così in qualche modo
si tirava comunque avanti, anche se con la preoccupazione costante.
Almeno avevamo un tetto, da mangiare e una paga.
Cose non da poco per quei tempi.
Un giorno io e l’altra mia sorella Pina, anche lei fuggita (sfollata si diceva) da
Modena con le sue due bimbe e rifugiatasi a Montecenere, ci avviammo verso
Lama Mocogno. Ci spettavano 500 lire a testa a causa dello sfollamento e ci
incamminammo per andare a ritirarle nel nostro comune, cioè a Lama Mocogno.
La distanza da Montecenere è di circa 3,5 km.
Quel giorno pioveva forte.
Usciti dal paese di Montecenere, dopo circa 1 km, vedemmo in una curva,
nella scarpata sotto la strada, i corpi di due tedeschi uccisi e denudati.
Il primo pensiero fu “adesso chissà cosa succede...” e dalla paura sentii il sangue
raggelare, trasformarsi in acqua.
Giunti a Lama Mocogno e sbrigati i nostri affari, ritornammo sui nostri passi.
Nel punto del ritrovamento dei due morti, c’era un camion carico di maiali ed
i soldati tedeschi sopraggiunti nel luogo, vi stavano caricando a forza anche
7-8 uomini del paese. Io li conoscevo tutti bene.
Pensammo, adesso prendono anche noi ed avrei voluto correre via, ma mia
sorella mi diceva “va’ piano, va’ piano, altrimenti ci sparano”.
Noi alla fine ce la siamo cavata bene.
Un uomo che lavorava nei campi si mise a scappare e fu ucciso.
Poi i tedeschi, sempre per rappresaglia verso la popolazione, diedero fuoco ad
alcune case, compresa quella dei miei genitori.
Quella era la casa dove ero nata e dove alloggiavo con la mamma e mia sorella
Pina, sfollata da Modena con le due bimbe piccole, Maria Teresa e Luciana.
I tedeschi di stanza a Montecenere, fino ad allora tranquilli con la popolazione,
diventarono arrabbiati e cattivi anche con noi.
Non conoscendo i responsabili dell’agguato ai loro camerati, immaginavano
la popolazione complice degli assassini.
Essi decisero il giorno dopo, di trasferirsi a Gaiato, lontano da Montecenere
circa 8 km e ci dissero che le donne, quelle senza famiglia, dovevano andare
con loro per lavorare.
Non più volontariamente quindi ma senza possibilità di scelta.
Io ed una mia amica, entrambe non sposate, dovemmo andare. Ci trovarono
una stanza per dormire presso una famiglia. Loro trovavano sempre tutto
perchè ormai tutto gli apparteneva, anche se non era di loro proprietà.
Era già inverno, con la neve. L’acqua era gelata e difficile da reperire.
Ci dovevamo lavare la faccia ed il corpo dietro la casa, con la neve. Venne il
natale del 1944. I tedeschi ci chiesero se sapevamo fare le torte, così dovemmo
preparare 30 crostate con marmellata.
Ricordo il freddo che faceva quell’inverno, presso il forno all’aperto a cuocere
le torte...
Che freddo anche in quella camera dove si dormiva con unico modo di scaldarsi,
cioè una coperta piena di buchi...
Però in compenso passammo alcuni giorni abbastanza tranquilli.

Anno 1945

A metà febbraio del 1945 ero ancora al servizio dei tedeschi a Gaiato.
Un brutto giorno all’improvviso arrivarono i bombardieri.
Bombe, mitragliate dagli aerei, tutti scappavano, su’ nei boschi…non sapevamo
dove. Io mi rifugiai su un monte boscoso, un castagneto di fronte a
Querciagrossa. Ore ed ore nascosti fra gli alberi aspettando la quiete. Grazie
a Dio anche quella volta me la sono cavata.
I tedeschi abbandonarono Gaiato ed io potei tornare al mio paese. Ormai
però non c’era un attimo di tranquillità.
Tutte le notti si sentiva passare quell’ “accidente” di aeroplano che tutti chiamavano
Pippo. Non sono mai riuscita a sapere di che esercito fosse.
So’ solo che dovevamo barricare le finestre con gli scuri ben chiusi fin che
lo sentivamo, spegnevamo tutte le più piccole luci per paura che filtrassero
fuori, perchè era pericoloso. Pippo appariva all’improvviso da dietro il Monte
Cimone.
Era a caccia di ogni segno di vita, e al minimo segnale o riflesso di luce, lui
mitragliava.
Dopo tutto quello che stavamo passando, noi popolazione indifesa in balia
degli eventi, ci si misero anche i partigiani a farci sentire ancor di più il nostro
senso di impotenza. Una notte vennero in paese per punire le donne che
avevano lavorato per i tedeschi. Bussarono alla porta di una mia amica e le
tagliarono in malo modo tutti i capelli. Lo stesso fu fatto anche a mia sorella
Pina dopo qualche mese.
Che senso aveva mi chiedo ancora oggi?
Noi a lavorare andammo per bisogno di sopravvivere e per obbligo, mica per
capriccio o simpatia!!!
Neanche i partigiani si dimostravano amici con la popolazione, sapevano
solo fare i padroni dei nostri destini, nonostante le nostre misere condizioni.
Sembrava volessero fare a gara con i tedeschi per chi era capace di spaventarci
e umiliarci di più. Questo li faceva forse sentire più forti?
Purtroppo devo ammettere che furono più frequenti i casi di maltrattamento
e furti alla popolazione, che quelli di affrontare e misurarsi militarmente con
i nemici tedeschi. Parlo di quel che fu la mia esperienza personale e diretta.
Noi popolazione della montagna, temevamo tanto i tedeschi quanto i partigiani
in effetti.
Anche i tedeschi erano i nostri padroni e da loro dipendevano le nostre vite.
L’unica cosa di cui gli do’ atto è che non approfittavano della debolezza di
noi donne. Dopo l’incendio della casa paterna, io alloggiavo ospitata da mia
sorella Angiolina e suo marito Mario Florini, sempre a Montecenere.
Alcuni reparti tedeschi in transito si fermarono alcuni giorni e obbligavano
le famiglie ad ospitarli per la notte. Noi dormivamo nelle camere al piano di
sopra e loro bivaccavano in cucina al piano terra.
Una sera un soldato che aveva bevuto un po’ troppo, ci fece degli apprezzamenti,
neanche tanto pesanti, mentre io e mia sorella, anch’ella meno che
trent’enne, salivamo le scale. Ebbene, il giorno dopo il suo comandante lo
costrinse a chiederci scusa per l’accaduto, cosa che lui fece in modo molto
educato, davvero pentito con il basco in mano. La cosa non si ripete’ più!
Violenti i tedeschi lo erano ,guidati da regole e ordini pur molto discutibili,
pero’ mai sentii parlare di violenze sessuali da parte loro, come invece accadde
durante la liberazione. Violenze sessuali a molte donne, subite da alcune
truppe considerate amiche e liberatrici.

Primavera 1945

I soldati tedeschi in quella primavera del’45 erano poco più che ragazzini, 17-
18 anni, arrivavano freschi, strappati prematuramente alle loro case.
Immotivati alla guerra per lo più, provavano spesso a parlare con noi in italiano.
Ricordo di due giovanissimi, appena arrivati dalla Germania ed alloggiati
sempre al piano terra della casa di mia sorella. Uno di loro ci faceva vedere le
foto della sua mamma con nostalgia. Diceva “Mutti”, cioe’ mamma, cercando
di condividere con noi un sentimento, con evidenti difficoltà viste le lingue
così diverse e con un nodo in gola.
Il 22 marzo del 1945 ero appena rientrata in casa.
Erano le ore 16,00, all’improvviso sentii un aeroplano così basso…
Volevo andare alla finestra a vedere cosa succedeva ma non feci neanche in
tempo a pensare che mi sentii coprire di macerie, di sassi, coppi, travi….
Non sentii o non mi resi conto nemmeno dell’esplosione della bomba che
aveva centrato in pieno la casa. Non svenni ed ero pienamente cosciente.
Sopra di me non sentivo niente, pensai che forse le travi erano crollate in
modo da crearmi sopra una specie di capanna a protezione ed ero sepolta,
sepolta viva.
Era tutto polvere e buio completo. Dopo un tempo interminabile, cominciai
a vedere un po’ di luce. Pensai meno male che sono scoperta, senno’ chi mi
trovava. Cominciai a scavare, a tirarmi su a fatica dai sassi, dai rottami dei
pezzi della casa mentre contemporaneamente continuavo a sentire gli aerei
che dopo le bombe, mitragliavano il paese.
Quando riuscii finalmente a tirarmi fuori dalle macerie, vidi che i miei vestiti
erano tutti a brandelli. Avevo un polso slogato, mi mancava un pezzo di carne
da una coscia e avevo la schiena tutta spellata con la carne viva esposta.
Ma ringraziai comunque Dio che ancora mi aveva salvato dalla morte.
In quel che era prima il piano di sotto e adesso non si distingueva dal primo
piano, vidi quel soldatino tedesco che aveva nostalgia della mamma.
Appena arrivato, era gia’ morto, sbattuto contro la vetrina dall’esplosione.
L’altro suo amico, altrettanto giovane, aveva perso la vista e vagava nei campi
piangendo come un bambino e urlando dal dolore.
Seppi successivamente che qualche “eroe” lo accoppò come un cane.
Mi guardai intorno perchè ricordavo che di fronte a casa, prima del bombardamento,
c’erano mia mamma con il bimbo di mia sorella Angiolina, che
aveva allora 8 mesi, Marino Florini. Erano lì seduti a godersi il primo sole di
primavera.
Infatti erano ancora lì, a terra feriti. Con loro c’erano altre tre donne che erano
morte. Di una era rimasta solo la testa, sulla seggiola, dove stava prima seduta
a cercare un po’ di tepore. Una sua mano fu trovata in un prato lontano, la’
sbalzata dall’esplosione delle bombe.
Una ragazza di 26 anni era aperta in 2 pezzi. Tranciata a metà.
L’ultima donna era completamente carbonizzata ma la sua bimba di due anni
aveva miracolosamente solo un braccio rotto.
Mia mamma pur ferita prese questi due bimbi ed andò a rifugiarsi nella vicina
stalla del parroco che fortunatamente era ancora in piedi.
Il suo nipotino. Marino, aveva ricevuto una scheggia in testa.
Quando smisero di bombardare e mitragliare gli aerei degli alleati, uscirono
dai nascondigli i tedeschi sopravvissuti che batterono in ritirata portandosi
appresso i soldati feriti. Probabilmente sensibilizzati dal disastro umano cui
assistettero, tornarono in paese per portare aiuto anche ai civili feriti, mettendo
a disposizione della popolazione i loro medici.
Operarono chirurgicamente il bimbo di mia sorella due volte, applicando alla
ferita in testa per farla rimarginare, parti del muscolo prelevato dai suoi stessi
glutei. Senza successo però, la ferita si infettò, gli venne una forma di meningite
e dopo due mesi di sofferenza dovette morire.
Quel “sandrone” (somaro) del dottore, non so se per ignoranza, per paura o
chissà, scrisse che era morto per bronchite, così mia sorella dopo la guerra non
potè prendere neanche il sussidio che era previsto per le vittime di guerra.
In quello stesso attacco degli aerei alleati, fu vittima anche mio zio colpito
in strada dai mitraglieri e di quel che ricordo anche un altro paesano colpito
in pieno da una bomba. Mia sorella Angiolina ed il marito Mario che erano
intenti al lavoro nei campi, videro da lontano un gran polverone nel punto
dove era la loro casa.
Tornati dai campi ebbero cosi la brutta sorpresa: la loro casa frutto di tanti
sacrifici, il loro rifugio, scomparso completamente, ed il figlio gravemente
ferito destinato poi a morire.
Dolore, dispiacere, miseria e paura.
Questo è la guerra!
Alla sera tutti feriti, io, la mia mamma e il bimbo con i suoi genitori senza
più una casa, andammo lontano dal paese, in una frazione chiamata Ca’ d’Onaldo.
Li trovammo da dormire in un fienile. Dormire per modo di dire, tra
la paura ancora dentro di noi, il dolore per le ferite ed i topi che ci giravano
anche in testa.
Poi alcune persone compassionevoli ci offrirono una camera dove alloggiare
un po’ più decorosamente. I medici tedeschi venivano ogni giorno a medicarci
le ferite, meno male che facevano anche qualcosa di buono.
Comunque non eravamo mai tranquilli. La notte aumentava la paura perchè
si sentiva sparare, bombardare i ponti e le strade. Passò così un altro mese.
Il 22 aprile 1945, dopo 5 anni di guerra tremenda, scorgemmo sul campanile
lontano di Montecreto, una bandiera bianca! Si sentivano suonare le campane
di tutti i paesi, la gente diceva e ripeteva “la guerra è finita”!!! Dalla gioia
piangevamo e ci abbracciavamo tutti!
Definitivamente la guerra finì il 25 aprile 1945.
Credetemi, non è stato facile scrivere di questi brutti ricordi. Mi tremano le
mani, maliconia e mal di stomaco. Tutti mi dicevano: se non sei morta sotto
la casa bombardata, e con tutto quello che hai passato, non muori più Rosa!
Sapete un particolare? A quell’epoca non esistevano gli “obesi”, eravamo tutti
belli snelli. Non c’era bisogno di fare cure dimagranti. Con la tessera per il
cibo ci passavano delle quantità cosi misere da mangiare che servivano giusto
a farci sopravvivere.
Finita la guerra sono tornata nel mio paese e siamo stati ospitati nella scuola
dove avevo frequentato le elementari. Dopo la guarigione dalle ferite, sono
così tornata a Modena a lavorare. Nonostante tutto quello che ci era capitato
non ci si poteva permettere di rilassarsi. Se non si lavora non si mangia. Per
me è stato sempre così. E devo dire che sono felice così!
Ricordo solo un episodio che ci fece di nuovo cadere nella paura, finita la
guerra, dopo qualche mese. Modena era allora occupata dagli alleati, americani
e altri soldati. Qui mi ero trasferita in un appartamento con mia sorella
Pina e le sue figlie. Dormivamo in 4 nello stesso letto. Una notte avvertii un
rumore in camera, guardai e in fondo ai piedi del letto, scorsi solo due occhioni
bianchi ed una figura enorme.
Urlo, butto giu dal letto mia sorella e le bimbe, inciampo ed infilo un piede
nel pitale pieno della pipì della notte. Tutte corriamo in bagno e li ci chiudiamo
a chiave piangendo, inseguite dal nero, che entrato dalla finestra aveva
sicuramente intenzioni poco rassicuranti per noi ragazze. Per fortuna nel
trambusto lui decise di ritirarsi ma noi preferimmo passare la notte nel cesso.
Qui di seguito alcune storie di vita della mia famiglia, in particolare legate
al periodo della guerra. Storie di vita in situazioni e con ottiche diverse dalla
mia esperienza per dare a chi mi leggerà, una visione più ampia di quegli
anni.

Celso , mio fratello

Mio fratello inviato a combattere in Russia era risultato disperso nel 1941 o
forse ‘42.
In famiglia lo piangemmo morto e così anche sua moglie. Aveva sposato una
ragazza svizzera. Nel 1946 ad un anno dalla fine della guerra la moglie incontrò
casualmente un commilitone e compaesano di mio fratello, tornato dalla
prigionia in Russia.
Gli chiese se sapeva quando e come Celso era morto e soprattutto se fosse
possibile recuperarne le spoglie.
Si sapeva della tragedia in Russia, migliaia di soldati morti ed insepolti nei
campi e fra la neve.
Il compagno d’armi inizialmente negò di sapere, poi però ricontattò dopo
qualche giorno mia cognata con una notizia che la lasciò a bocca aperta.
Raccontò del disastro della spedizione in Russia, soldati male equipaggiati
sconfitti soprattutto dal freddo. Molti si dispersero durante la ritirata e l’ultima
volta che vide mio fratello fu in un villaggio di campagna.
Aveva trovato un rifugio, una buona sistemazione e soprattutto era vivo!
Mia cognata prese tutte le informazioni necessarie.
Con la forza della speranza, tanta determinazione e forse grazie al suo passaporto
elvetico, ottenne il permesso di recarsi oltre cortina. Non fu sicuramente
facile visto la poca liberta di movimento e comunicazioni fra Occidente ed
Unione Sovietica.
Come anche non so immaginare come potè lei donna sola, affrontare un tal
viaggio, per recarsi in un paese sperduto nella steppa. Ma non le mancava
certo la determinazione! Raccontò che arrivata al paese descritto, chiese,
chissà come si riusci a spiegare, dell’italiano che doveva vivere li. Le indicarono
una casa lontano, in mezzo al bosco. Dopo ore di cammino si trovò
davanti a questa casa isolata.
Un uomo a torso nudo stava spaccando legna. Dio mio, era suo marito!
Lei per anni lo aveva pianto cercando consolazione nella fede e lo ricordava
con tanto amore. Ed eccolo, li ben vivo, come niente fosse successo.
Ho sempre cercato di immaginare i suoi sentimenti davanti a quella scena...
Mia cognata si avvicinò al marito e chiese semplicemente “perchè”?
Un perchè che significava, non mi hai più contattato, tutti ti credevamo morto
ecc….
Lui altrettanto semplicemente rispose “ecco perchè” ed indicò una figura
femminile apparsa sulla soglia di casa con un pancione che non lasciava dubbi
e non vi era più bisogno di altre spiegazioni.
Sua moglie si comporto in un modo che io sempre ammirai, nessuna scenata,
nessuna rivendicazione. Lì c’era suo marito, ma c’era anche una nuova situazione.
Sapeva cosa era stata la guerra, immaginava cosa poteva aver passato
lui. Sapeva anche probabilmente riconoscere ed accettare le debolezze umane.
Avrebbe avuto un senso rivendicare abnegazione e fedeltà tra moglie e marito,
in particolare dopo tutto quel che era accaduto in quegli anni caotici???
Cosa fece quindi mia cognata? Semplicemente si rimboccò le maniche e disse
“vedo che qui c’è molto da fare” e si mise da subito ad aiutare nei lavori.
Vissero tutti tre, mio fratello, la moglie e la fidanzata russa sotto lo stesso tetto
per oltre un anno. Aspettarono la nascita del nuovo bimbo e mia cognata se
ne prese cura come fosse suo.
Era una vita non facile però in quella che era diventata la patria della mancanza
di libertà. Il comunismo come il nazismo, credo peggio del fascismo
italiano, almeno di quello dei primi tempi. Mio fratello e la moglie rientrarono
in svizzera , inviando regolarmente aiuto economico alla fidanzata russa
per allevare il figlio di mio fratello. Mia cognata continuò negli anni ad aiutare
quel “quasi” figlio in Russia anche dopo che mio fratello non c’era più.
Foster Bussadori

Foster , il mio futuro marito

Nel 1946 trovai un fidanzato. Era appena venuto a casa dal militare.
Aveva fatto oltre 8 anni lontano da casa, tra militare e prigionia.
Quando già aveva fatto 2 anni di militare in Sicilia, non fece in tempo a tornare
a casa che scoppiò la guerra. Gli misero panni di lana per inviarlo in
Russia, poi al confine austriaco lo dirottarono in nord Africa.
A Marsa Matruh, in Egitto fu catturato dagli inglesi e portato in Inghilterra in
campo di prigionia a Birmingham.
Non ha mai raccontato ai nostri figli degli orrori che sicuramente ha visto in
guerra, probabilmente per volerli proteggere da cattivi pensieri.
Quando loro insistevano, lui raccontava di situazioni tragicomiche: che non
aveva mai visto il nemico, che si diceva fosse in una direzione, poi in un’altra,
cosicchè sparavano con i cannoni ma vedevano solo sollevarsi la sabbia del
deserto. L’unica vittima accertata fu un asino selvatico entrato nottetempo nel
campo tendato e mitragliato perchè scambiato per il nemico.
Oppure raccontava di quando lo pensarono ucciso da una bomba mentre
dormiva in una delle buche che si scavavano per mimetizzarsi, mentre in realtà
la bomba era caduta vicino, ricoprendo la sua di sabbia cosicchè ne uscì
come uno spettro, irriconoscibile perchè pieno di sabbia, spaventando molti
presenti. Come fosse un morto, risorto da sottoterra. Parlava della poca voglia
di combattere dei soldati, in continuo movimento, nemmeno sapevano
se fossero in ritirata od attacco, tra Libia ed Egitto.
Raccontava di quando marciando chissa in che direzione, un mezzo blindato
gli schiacciò un calcagno perchè dormiva mentre camminava e che fu poi
curato all ospedale del Cairo. Raccontava di El Alamein, di bombardamenti
che illuminavano a giorno la notte, in un modo come si trattasse di uno spettacolo.
Raccontava di come il suo battaglione fu fatto prigioniero: centinaia di soldati
svegliati all’alba da due semplici camionette inglesi presentatesi alle due estremita
del campo. All’inizio qualcuno pensò, basta che in pochi reagiamo, sono
solo 8 soldati inglesi contro noi.
Ma quando questi ragazzotti poco più che ventenni, anzichè mostrarsi minacciosi,
seppur decisi con i mitra in mano, ci chiesero:“ would you like a cigarette
?”; e cominciarono a distribuire pacchetti interi di quelle che per noi erano
diventate merce rara, tutti i dubbi sparirono e noi, centinaia di valorosi soldati,
alzammo contemporaneamente le mani.
Da prigioniero fu caricato su un mercantile diretto in Inghilterra.
Per evitare i sommergibili, che affondavano qualsiasi imbarcazione transitasse
nel Mediterraneo, partendo dal canale di Suez, il mercantile circumnavigò
l’Africa, fermandosi a far rifornimento di arance in Sudafrica.
Arance che avevano perso misteriosamente il 50% del loro peso all’arrivo in
Inghilterra (visto che i prigionieri italiani avevano trovato il modo di intrufolarsi
nella stiva). La notizia apparve sui giornali inglesi.
Raccontava che furono sempre trattati con rispetto dalle guardie inglesi.
Solo una volta ricevette un calcione nel deretano da un soldato sud afrikaner,
in realta meritato perchè orinava sul ponte.
Arrivati in Inghilterra, le condizioni di prigionia fecero ammettere a molti
che erano sicuramente meglio della naja, ma anche a tanti che erano condizioni
di vita migliori della miseria che c’era in quei tempi in Italia.
Almeno si mangiava regolarmente. Alcuni POW (Prisoner of War) però rimanevano
legati a quegli ideali che già in Italia stavano tramontando.
Il fascismo da movimento acclamato per quasi venti anni da oltre il 90% della
popolazione, in Italia trovava sempre meno consensi a causa delle miserie
portate dalla guerra. Costoro, oltre a qualche sporadico episodio di tentativo
di fuga, vollero dimostrare il loro patriottismo, in una particolare occasione.
Foster, il mio futuro marito era sempre stato un patito del violino e lo suonava
molto bene. In prigionia chiesero gli strumenti musicali agli inglesi e il permesso
di organizzare un orchestrina. Ciò fù concesso.
Fu organizzata una serata musicale per intrattenere tutto il campo.
P.O.W. , Foster il 1° a sinistra in basso
Quando si venne a sapere che avrebbero assistito allo spettacolo anche alcuni
ufficiali inglesi, le solite teste calde fra i prigionieri, decisero che era giunta
l’occasione di mostrare l’orgoglio nazionale.
Questo spaventava i musicisti, essendo loro responsabili dell’evento.
I permessi ottenuti parlavano infatti di musiche da ballo e di musica classica.
Furono invece convinti e costretti da alcuni loro commilitoni, a suonare l’inno
nazionale italiano ad un loro cenno di comando.
La serata cominciò fra la tensione di Foster, degli altri musicisti e di molti prigionieri
che temevano ritorsioni, annullamento di privilegi o chissà cos’altro.
Come i tedeschi in effetti gli inglesi erano tipi molto duri e decisi.
Un impiccagione si era mai vista ma chi poteva sapere…
Erano pur sempre nemici di guerra e prigionieri.
Dopo alcune canzoncine che tutti, italiani ed ufficiali inglesi, questi ultimi
seduti in prima fila con le loro famiglie, mostravano conoscere ed apprezzare,
venne il fatidico momento.
Con qualche nota all’inizio indecisa, si suonò l’Inno “Fratelli d’Italia...” seguita
col canto da tanti prigionieri.
Gli ufficiali e le guardie inglesi si guardarono stupiti, ma ancor più la loro reazione
stupì i prigionieri. Tutti gli ufficiali inglesi si alzarono in piedi, sull’attenti,
con il saluto militare per tutta la durata dell’inno!
Ciò diede a molti una lezione di rispetto, di cultura, vivere sociale e democrazia
che qualcuno ricordò per tutta la vita.
Foster sicuramente, e quando raccontava questo episodio, gli luccicavano
sempre gli occhi. Parlò sempre del popolo inglese con molta ammirazione.
Dopo l’armistizio del 1943 tra Italia e l’alleanza anglo-americana, fu indetto
nel campo di prigionia un referendum.
La domanda cui rispondere era se il prigioniero voleva sentirsi ancora “nemico”
degli inglesi o accettava invece le decisioni di resa di Badoglio agli alleati
con il conseguente scioglimento di collaborazione con i tedeschi.
Con questa semplice dichiarazione di non sentirsi più nemico, i prigionieri
potevano godere di molte più libertà.
Anzichè dormire nel campo si poteva accettare ad esempio di andare a vivere
in qualche fattoria e aiutare nei lavori in campagna, dietro vitto-alloggio e
piccoli compensi.
O si potevano eseguire altri lavori utili alla comunità che li ospitava, come la
riparazione di strade ecc...
In questo clima di maggiore libertà, addirittura (era pur sempre un prigioniero
di guerra) lui si fidanzò con una ragazza inglese.
Lei poi mostrava una certa libertà di costumi, diversa rispetto all’italia di allora.
Lo mollò per un ufficiale pilota inglese, semplicemente dicendogli, adesso
mi piace di più lui! Ahi Mary, scherzava sempre con i nostri figli, dicendo di
come gli aveva spezzato il cuore.
Foster ritorno in italia nel 1946. Il fratello Soave, che aveva militato nei partigiani,
gli disse: “Qui adesso è tutto nostro!”
Lo fece quindi alloggiare in una villa di benestanti in Via Castelvetro a Modena.
I proprietari erano sfollati dalla città per paura dei bombardamenti.
Nella villa vicino lavoravo io, come serva (donna di servizio, colf, si dice adesso)
ma allora non vi era vergogna ne’ modi sottili di definire lo stesso tipo di
lavoro. Ci vedevamo in strada e ci conoscemmo.
La sua prima frase fu: “Posso accompagnarla signorina?”
Quando la semplice conoscenza fu più approfondita, ci confessammo che
entrambi pensavamo l’altro fosse il benestante proprietario delle rispettive
ville. Invece eravamo due disgraziati, più poveri dei poveri e questo ricordo
fu sempre motivo di ilarità.
Non cercavamo comunque, nè speravamo in ricchezze dell’altro, ma volevamo
solo affetto e reciproco aiuto, dopo tanti difficili anni!
Pian piano l’Italia cercava di raddrizzarsi, i padroni riprendevano pieno possesso
dei loro averi ed anche i partigiani dovettero accettare il ritorno alla
proprietà privata (anche se molti continuavano in ideali estremisti, ispirati
all’ Unione Sovietica).
Mio marito un giorno si trovò di fronte al proprietario di casa appena ritornato
e si dissero entrambi “Cosa fa lei qui?”, alchè Foster dovette cedere al
legittimo proprietario. Suo fratello Soave emigrò in Sudamerica perche tirava
una brutta aria per chi era stato partigiano ma non voleva identificarsi con
l’ideale comunista.

Bussadori , la mia famiglia acquisita

La famiglia del mio futuro marito era molto conosciuta a Modena.
Vantava antenati in citta da almeno 500 anni ed appartenenti alla nobiltà,
quando ciò aveva un senso. Lo zio del mio fidanzato, Renato contabile di una
delle principali industrie modenesi, la Manifattura Tabacchi, aveva fondato
in città il primo fascio, cioè la prima sede del fascismo a Modena.
Il papà del mio fidanzato Oreste, guardia del dazio (un tempo si doveva pagare
il dazio per ogni merce che entrava dalle porte, entro le mura della città),
aveva partecipato alla 1°Guerra Mondiale come bersagliere in bicicletta.
Era stato promosso da caporale ad “Aiutante di Battaglia”, il grado più alto
ottenibile con azioni di combattimento. Fu anche decorato con la croce al
merito di guerra sul campo, nel contrattacco sul fiume Piave nell’estate 1918,
Oreste Bussadori
che portò alla vincita contro l’invasore Austro Ungarico. Uomo tanto dolce
in famiglia quanto deciso e duro fuori casa. Quel che si dice un vero eroe, un
“uomo tutto d’un pezzo”. Anche nel corso della seconda Guerra Mondiale, nel
1944-45,non esito’ a riprendere le armi per cacciare gli invasori tedeschi da
Modena. Questo nonostante non fosse più un ragazzo e nonostante il generoso
contributo già dato alla Patria nella guerra precedente.
Decorazione di Oreste presso l’accademia militare di Modena
 
Il fratello del mio fidanzato, Soave era antifascista ed iscritto al Partito d’Azione.
Costui con il nome di battaglia “Silvano”, fu uno dei partigiani della prima
ora. Inizio subito a combattere i tedeschi dal settembre 1943, inizialmente
a Modena città come capo squadra della formazione di 21 elementi “Italia
Libera”.
Alcuni partigiani di Soave
Dai primi del 1944 formò e diventò comandante del battaglione “Giustizia e
Libertà” con 105 partigiani, che fu attivo nella zona pedemontana tra Castelvetro
e Levizzano. In seguito a intensi rastrellamenti tedeschi, il battaglione
G. e L. sotto il suo comando si spostò in montagna, dove partecipò molto
attivamente alla liberazione di quella che fu poi chiamata “la Repubblica di
Montefiorino”.
Soave 1° a sinistra e commilitoni

Soave con i suoi uomini del battaglione Giustizia e Libertà, si distinse in diverse
azioni sull’Appennino tra le province modenesi e reggiane. Comandava
anche la formazione Guidoboni, dopo che l’omonimo suo commilitone cadde
in combattimento.
Il battaglione Giustizia e Libertà converse nella 34’ brigata Santa Giulia montagna,
forte di quasi 600 partigiani, di cui Soave fu comandante e vice comandante
alternandosi con il suo amico Mario Allegretti. Mario cadde in
combattimento il 10 aprile 1945 e la brigata prese il suo nome negli ultimi
giorni di combattimenti.

Il comandante Soave ricorda l’amico Mario Allegretti ai funerali del 13/04/1945
Soave e commilitoni
Quando in primavera 1945 gli si presentarono i rappresentanti politici che
volevano convincere lui ed i suoi uomini a sottoscrivere la tessera del partito
Comunista, egli dopo un invito cordiale non ascoltato ad allontanarsi, li invitò
con il mitra Sten spianato. Non voleva che la sua azione come quella di
tanti altri, di opposizione all’occupazione tedesca ed al fascismo, fosse confusa
con gli ideali comunisti, che avevano origine ed avrebbero portato anche
questi ad un altro regime dittatoriale.
Già durante i quasi 3 anni in cui si era dato alla macchia, i rapporti tra gruppi
partigiani non erano stati spesso sotto il segno della collaborazione, anzi.
In particolar modo con gruppi di ispirazione comunista, non mancarono gli
scontri e le diffidenze.
Ciò non gli fu perdonato e a fine guerra oltre a tanto astio da parte di ex partigiani
politicizzati e simpatizzanti del PCI, subì un attentato alla vita.
Dopo la guerra furono numerose le epurazioni condotte da partigiani comunisti.
Davano la caccia ad ex fascisti ma anche a cattolici, benestanti ed
appunto a ex partigiani che non si volevano identificare con loro.
Primavera 1945
dislocazione dei battaglioni della 34’ Brigata Santa Giulia
Sfilata brigate del partito d’azione
Ex partigiani come loro ma che non accettavano che la storia facesse l’equazione
: partigiano=comunista. Non era certo l’deale comunista che li aveva
spinti a combattere, e l’unico scopo era la liberazione dell Italia dagli oppressori.
Soave (silvano) era stato abbondantemente ricercato e combattuto durante la
guerra sia dai fascisti che dai tedeschi.
Il papà Oreste, fu catturato e torturato dentro l’accademia di Modena, sia per
la sua partecipazione diretta all’azione partigiana nella 34’ Brigata Santa Giulia
pianura, sia che per farsi dire dove si nascondesse il figlio.
Oreste fu liberato dopo qualche giorno di tortura, probabilmente grazie
all’intervento del cugino Renato, che come detto era stato un fondatore dei
fasci, gestiva il sindacato fascista, ed aveva ancora una certa influenza presso i
tedeschi. Anche Oreste, secondo lo stile di famiglia, mai raccontò in casa ciò
che aveva subito e sofferto.
Soave, dopo aver combattuto e rischiato la vita per liberare l’Italia dal fascismo
e dai tedeschi, perse ogni speranza vedendo all’orizzonte il defilarsi del
pericolo comunista.
La diffusione dell’ideale comunista, nei modi violenti ed esasperati dei suoi
sostenitori, gli ricordava le peggiori manifestazioni del fascismo.Quindi preferì
abbandonare l’Italia e nel 1947 emigrò in Argentina.
Non sarebbe stato più un nemico invasore da combattere ma un ideale che
aveva preso la testa ed il cuore di molti italiani a Modena come nel resto del
paese.
Come anni prima gli italiani erano stati entusiasti della diffusione del fascismo
ora la maggioranza delle persone, soprattutto nella nostra regione, si
entusiasmava all’idea di un eventuale appartenenza all Unione Sovietica.
Solo il tempo svelò in quali modi si era realizzato l’ideale comunista dove
questo aveva preso il potere...Come e peggio del nazismo.
Organigramma del battaglione Giustizia e Libertà.
Propaganda comunista
I partigiani comunisti, non essendo riusciti ad eliminarlo fisicamente, lo fecero
scrivendo loro stessi la storia, trascurando di menzionare durante celebrazioni
e memorie, un importante comandante partigiano quale fu Soave...
A fine guerra, il 25 aprile 1945, Soave era comandante della “Formazione
Guidoboni”, comandante del “Battaglione Giustizia e Libertà” e Vice Comandante
della “34° Brigata Santa Giulia (poi Brigata Mario Allegretti)”.
Fortunatamente rimangono alcuni documenti a testimonianza.
Sulla nave verso l’Argentina, Soave incontrò un dirigente della polizia fascista
(probabilmente Piva), proprio uno dei responsabili della caccia a lui partigiano.
Anch’egli era in fuga per salvare la vita.
Dopo un primo imbarazzo, l’iniziale odio si affievolì.

Partigiani schierati subito dopo la liberazione in piazza d’armi a Modena

(Oggi parco Novi Sad)
Riconoscimenti al merito di Oreste (medaglie piu scure) e Soave Bussadori
Il viaggio era lungo e discussero di molte cose.
A Cordoba dopo qualche anno, erano diventati molto amici.
Solo dopo anni, con una situazione politica calma, tornò e visitando negli
uffici del comune di Modena i dipendenti, assessori, lo stesso sindaco, ne fece
arrossire più di uno. Reclamava davanti a costoro di come lui, vero combattente
partigiano era dovuto fuggire e loro, partigiani da operetta, molti di loro
definitisi partigiani solo perche avevano sottoscritto una carta o apparsi in
una foto, erano invece rimasti comodi a spartirsi il potere e le poltrone.
Senza astio però.
Era ormai il passato!
Soave e la moglie Nuccia, staffetta partigiana

Ricordiamo anche un altro Bussadori, un cugino di Foster e Soave.
Piero era il suo nome. Importantissimo e lodevole fu anche il suo contributo
alla pace nel periodo della Seconda Guerra Mondiale
Pierino in quel tempo viveva a Sormano, ai confini con la Svizzera. Egli si
prodigò a nascondere e a far espatriare prigionieri fuggiti dal campo di Fossoli
e militari stranieri. In particolar modo Pierino aiutò anche a far fuggire
all’estero interi gruppi di ebrei. Gli ebrei di religione o di semplice origine parentale,
erano a quei tempi discriminati e ricercati in tutta Europa, per essere
poi internati nei lager. Chiunque li avesse in qualche modo aiutati, rischiava
in prima persona la sua stessa vita.
Molti ebrei, grazie anche al contributo di Piero, trovarono invece rifugio e
salva la vita, nella neutrale Svizzera.
Dichiarazione di Don Banfi,
sacerdote ricordato come “Giusto fra i popoli” presso
il museo Yad Vashem di Gerusalemme

La pace e la famiglia

Nel 1947 avevo sposato Foster. Ero finalmente felice.
Dopo un anno è nato un bel bimbo, Oreste, dal nome del nonno, ed eravamo
ancora più felici. Poi Foster ha lavorato per oltre 35 anni alle fonderie
di Modena. Nonostante avesse una cultura superiore, la perfetta conoscenza
dell’inglese, temeva di abbandonare il primo posto di lavoro che trovò dopo
la guerra. Per non far mancare nulla alla famiglia si adattò a quel lavoro molto
sporco e faticoso. Abitavamo nel quartiere più industrializzato di Modena,
alla crocetta.
Orestino
Purtroppo Orestino aveva quasi 2 anni e nemmeno in 24 ore dai primi sintomi
di malattia, mi è morto.
Errore dei medici probabilmente che mi impedirono di dissetarlo perche
continuava a vomitare a causa di una acetonemia.
Morì il giorno in cui alle fonderie la polizia sparò contro gli operai che volevano
occuparle e sei di loro, colleghi di Foster, caddero colpiti accanto a lui
davanti ai cancelli della fabbrica.
La morte del mio bimbo è stato il più grosso dolore della mia vita.
Il Signore lo ha voluto con sè in paradiso…
Funerali di Orestino in via Crocetta
 
Dopo sei anni, grazie a Dio è arrivato un altro bel bimbo.
Son dovuta rimanere a letto tutti i 9 mesi affinchè andasse a buon fine la gravidanza.
Ma ero contenta di farlo per avere il risultato sperato.
Un bel bimbo nato il 13/8/54 di nome Piero.
Dopo sette anni ho avuto un altro bimbo. Ero ancora più felice.
Nato nel 1961, si chiama Paolo. Io avevo più di 41 anni.
Adesso ho anche 7 bei nipoti ed un pronipote, uno più bello dell’altro.
Sono fortunata, ho due figli bravi e buoni che mi vogliono tanto bene come
io ne voglio tanto a loro.
Io con i miei figli Paolo e Piero

Entrambi hanno un buon lavoro.
Io ho sempre cercato di lavorare, non perdevo tempo, per portare il mio contributo
in famiglia.
Di giorno facevo il bucato per diverse famiglie ed alla sera quando mio marito
poteva essere a casa con i bimbi, facevo pulizie per un impresa.
Cercavo in tutti i modi di aiutare mio marito che era un buon marito ed anche
un buon e bravo padre.
Si fa di tutto per crescere i propri figli nel modo migliore possibile e alla fine
lo si fa anche volentieri. Non essendoci ancora la televisione a casa nostra, il
tempo si sfruttava non standosene con le mani in mano, ma appunto lavorando,
ottenendone così i benefici di due soldini in più.
Si lavorava fino a tardi e i figli intanto crescevano.
Niente tv o altre diavolerie, al massimo un pò di musica alla radio, cosi passavamo
le nostre belle serate.
Mio marito pur stanco morto dopo il lavoro in fonderia, trovava il modo di
giocare alla sera un pò con i bimbi. Ombre cinesi, racconti inventati e scherzi
di vario genere, nella maggior parte dei casi.
Lui poverino si addormentava spesso beatamente a terra giocando con loro,
tanto era sfinito dal lavoro.
Ho lavorato sempre fino alla pensione e dopo ho avuto più tempo per stare
con la famiglia. Avevo più tempo e lo trovai anche per fare qualche gita a scoprire
nuovi posti, visto che il mondo che conoscevo era tutto concentrato nella
provincia di Modena. Erano gite organizzate in pullman, di una giornata,
ed il posto più lontano dove sono andata è stato in Svizzera, con mio marito.
La domenica ci trovavamo io, le mie amiche, le mie nipoti e mia sorella Pina,
per giocare a carte.
Cominciai ad abbonarmi al teatro ed era un piacere vedere le opere liriche
che avevo sempre solo ascoltato in radio. Poche volte sono andata al cinema.
La sera prima di coricarci era una tradizione fare tre partite a carte con mio
marito, era un bel passatempo.
Grazie a Dio non sono mai stata ammalata.
Però quando ho cominciato, ogni anno c’era qualche brutta novità.
Nel 1991 ero andata nei boschi con una mia amica in cerca di castagne e
funghi, una passione che ho sempre avuto. Ero lontana dal paese forse più di
3 km in montagna. Sono caduta e mi sono rotta e schiacciata due vertebre.
Venni a casa pian piano a piedi con dolori fortissimi. Il dottore non capì la
gravità e mi disse di prendere qualche aspirina. Continuando i dolori mio
figlio mi portò in ospedale dove mi fu messa una ingessatura per tre mesi e
successivamente un busto portato per oltre un anno.
L’anno dopo caddi in autobus e di questo non ricordo niente.
Mi risvegliai all’ospedale con trauma cranico e cervicale e con tanti ematomi.
Non riuscivo più ad uscire sola a causa dei giramenti di testa e guarii dopo
una lunga cura medicinale.
Nel 1993 mi venne la pancreatite e fui per diversi giorni in prognosi riservata.
I medici del policlinico venivano a visitarmi e raccontavano agli studenti
che forse la malattia era causata dal troppo alcool, da avvelenamenti o chissa
cosa... cause senza fondamento.
L’anno dopo fu la volta della verticolite, malattia sconosciuta a me.
Nel 1997 mentre andavo alla stazione del bus per recarmi a fare fisioterapia
per la schiena, inciampai in uno scalino e cadendo mi ruppi lo stesso polso
rotto durante il bombardamento, oltre ai punti nell’altra mano per un vetro
infilatosi nella caduta.
45 giorni di gesso con il risultato che si era creato un sovrosso e non sono più
riuscita a chiudere bene la mano.
Mi sembrava di vivere quella parabola dei 7 anni di vacche grasse ed ora era
il tempo delle vacche magre.
Comunque ero contenta, io e mio marito abbiamo comprato una casina a
Montecenere, dove sono nata.
Inizialmente l’abitavamo per l’estate, e poi ci siamo trasferiti definitivamente
là nel 1998, dopo che ormai vivevo a Modena da 62 anni.
Ero contenta di essere tornata al mio paese natio. Ogni giorno con Foster
andavamo a fare lunghe passeggiate. Andavamo anche a funghi ed era un bel
divertimento. Io i funghi li conosco tutti, mio marito no. Lui era modenese
che però aveva ormai cominciato ad apprezzare anche la vita della montagna.
Ogni tanto andavamo a trovare i nostri due figli e ogni tanto ci venivano a
trovare loro. Io e mio marito eravamo davvero contenti e felici!
Siamo stati sposati per 58 anni e siamo sempre andati d’accordo, ci volevamo
tanto bene.
Purtroppo tutto ha una fine.
Il 10/2/2005 io cado e di nuovo una vertebra si sposta e toccandomi un nervo
mi causa forti dolori. Ricordo la fatica di mio marito per alzarmi e mettermi
sul letto, non riuscivo ad aiutarmi.
Quando si è anziani le emozioni possono essere pericolose e forse per il fatto
che mi vedeva soffrire ed ero immobilizzata a letto, lui la notte del 12 febbraio
cominciò a sentirsi male. Non diceva niente ma lo sentivo a letto agitato,
strano per lui che si addormentava subito come un bimbo.
Gli chiedevo cosa avesse ma non rispondeva, era abituato a tenere per se le
sue sofferenze, come quando aveva forti attacchi di ulcera.
Nelle condizioni in cui ero con la schiena, arrancai fino al telefono ma non
riuscivo a trovare il numero della guardia medica.
Dissi a voce alta, ora chiamo Marino, mio nipote ma sentendomi, Foster trovò
la voce per dirmi in dialetto “an’steer menga a ciameer Marino” (non disturbare
Marino, a quest’ora). Furono le sue ultime parole. Si preoccupò di non disturbare,
tipico della sua vita.
Al contrario di tanti, l’ha attraversata in punta di piedi, cercando di lasciare
meno segni possibili, specialmente se dannosi a qualcuno. Una vita come il volo di un passero.
Andai da lui e vedevo che aveva la pupilla fissa, l’occhio acquoso.
Mi è morto fra le braccia in 15 minuti. Io sola in quelle condizioni, niente
dottore ed i miei figli a Berlino per lavoro. Mi consola solo il fatto che non
ha quasi sofferto, lui che odiava gli ospedali. Arresto cardiaco, infarto, come
gli era gia successo una volta nel 1981 quando seppe della morte del fratello
in Argentina...
Non so descrivere la situazione, fra il dolore fisico alla schiena ed il dispiacere
per la morte di mio marito.
In queste condizioni i figli mi hanno voluto a casa con loro, da sola non ce la
facevo.
All’ospedale specializzato Rizzoli di Bologna, mi dissero che ero da operare
ma raggi e visite e ancora raggi, conclusero infine che l’operazione sarebbe
stata troppo pericolosa. Così ho dovuto tenermi il mio male.
Appena son stata un po’ meglio ho preferito ritornare a casa mia a Montecenere.
Qui mi sento più vicina a mio marito, lui nel cimitero a pochi metri da
casa. Pochi metri ma di sofferenza viste le condizioni della mia schiena.
Appena posso ci vado. Un fiore, una preghiera, è tutto quel che posso fare
purtroppo...Le belle giornate e le passeggiate insieme sono solo un ricordo
ormai.
I miei figli insistono che vada da loro, sono buoni.
La sera mi telefonano, il fine settimana qualcuno di loro mi viene a trovare ed
io sono felice di vederli.
Però io sono cocciuta.
Finchè ho un po di forza per difendermi dagli attacchi della vecchiaia, ed ho
la testa per sapermi gestire, questo è il mio posto.
Qui comunque una donna mi aiuta nelle pulizie e soprattutto mi aiutano i
nipoti, Marino, Giorgio e Annamaria. Figli di mia sorella Angela anch’ella già
deceduta.
Ringrazio tanto anche loro, sono sempre presenti quando ho bisogno.
Avevo molte amiche qui ma purtroppo molte sono gia morte ed anch’io alla
mia età non ho molto da sperare.
Finchè però il Signore mi lascia qui, io ci sto volentieri, anche se ho dei dolori.
La schiena mi duole ma quando non ce la faccio più, mi metto in poltrona e
dopo un po sto meglio. Grazie a Dio seduta o a letto non sto male e cosi tiro
avanti.
Oggi è il 15 Marzo 2007 ed il 1°marzo ho compiuto 87 anni.
Mio marito avrebbe compiuto 88 anni due mesi dopo la morte.
Quest’anno avremmo fatto le nozze di diamante, ma putroppo…
Bisogna prender la vita come viene e.. tirare avanti la carretta più e meglio
che si può.
Se qualcuno leggerà questo mio diario, mi scuserà per la brutta calligrafia ed
ancor più degli errori, ma io ho potuto frequentare solo fino alla 4a elementare.
Voglio terminare questo diario con una vecchia poesia del 1928.
L’ho imparata in 3a elementare, mi è stata di monito e l’ho tenuta presente
tutta la vita. È rivolta a chi si lamenta del suo lavoro e a chi pensa che le condizioni
altrui siano migliori delle sue.
Il titolo è:
UN VECCHIO SCALPELLINO
Stava sotto il sole cocente, sudava a battere col martello la sua falce.
Guardando il mare calmo, vide un pescatore che, passata un’ora appena,
tirar fuori la rete piena.
E pensò: ben parmi quello il mestier migliore.
Ozio e guadagno, Vo’ farmi anch’io pescatore.
Vendette tutti i martelli e gli scalpelli.
Il denaro che ne trasse, lo spese in rete e nasse.
Ma il mar non ogni dì, bello non trovò così!
Il mare tempestoso, il vento più noioso, talor giornate intere.
Il povero messere bagnato e intirizzito,
alla pesca attendea ma niun pesce pur prendea.
Al fine comprese il vero, pien di vergogna e rabbia,
che non vi è alcun mestiere ove stentar non s’abbia!
Accontentati di quello che hai, gioisci e godi di cio che sei… ADESSO!
La Storia…
vista dal basso e vissuta da protagonisti.
Brevi racconti di vita vissuta
a cavallo di due guerre
e grandi cambiamenti
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